L’Agenda 2030 dell’ONU sullo sviluppo sostenibile ha tra gli obiettivi quello di «costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e sostenere l’innovazione». Il cambiamento è quanto mai attuale e riguarda anche le imprese, che stanno già ripensando la scala dei valori su cui basare i loro prossimi passi.

 

Il mutamento nel modo di fare impresa passa per un’idea di azienda che, oltre le logiche tradizionali, basa il proprio valore non più sul profitto ma sul concetto di innovazione sociale.

 

Tra queste vere e proprie “innovatrici del sociale” – sorta di astronavi che puntano ad espandere i confini di un universo a noi noto – si fanno largo le Start-up Innovative A Vocazione Sociale (SIAVS), ovvero start-up che operano esclusivamente in settori ad alto impatto sociale (assistenza, educazione, istruzione, valorizzazione del patrimonio culturale, ecc.).

 

La vocazione sociale del sistema Italia

Quante sono dunque, in Italia, queste ‘esploratrici’ dello sviluppo responsabile? Nel 2017, su ottomila start-up innovative, solo 154 avevano carattere sociale; numeri in crescita rispetto al 2016, certo, ma ancora percentualmente poco significanti se si considera l’ampiezza delle problematiche di natura sociale – basti pensare alla necessità di offrire servizi o prodotti digitali per l’apprendimento inclusivo dei disabili a scuola o alle tecnologie per favorire l’accesso all’acqua potabile.

 

Anche Looking for Value, tra i vari progetti in ambito start-up, ha avuto modo di affiancare una SIAVS nel suo percorso di crescita. Ciò ha permesso all’azienda, in linea con le esigenze emerse anche nell’Agenda dell’ONU, di toccare con mano il cambiamento ed aprirsi ad esso: la sfida è stata quella di trovare un giusto equilibrio tra le azioni volte a supportare la start-up nella fase iniziale, creando un business model che permettesse di generare profitto e allo stesso tempo di realizzare un impatto sociale misurabile.

 

Le start-up a vocazione sociale non sono infatti imprese no-profit: sebbene esse abbiano lo scopo fondamentale di creare prodotti/servizi per far fronte a bisogni sociali – proprio come le no-profit –, devono comunque produrre ricchezza per poter essere competitive ed operare nel proprio mercato di riferimento.

 

L’Europa nell’universo dell’impatto sociale

Come a voler rimarcare la forza del cambiamento che stiamo vivendo, la tendenza a perseguire politiche ad inclusione sociale è evidente anche a livello istituzionale: anche l’Unione Europea, infatti, partecipa come finanziatrice di programmi a impatto sociale. Essi spaziano dall’EASI (Employment and Social Innovation) per l’occupazione e l’innovazione sociale (fondi per 919,5 milioni di Euro), ai finanziamenti previsti dal nuovo ESF+ (European Social Fund Plus) per assistere le sfide riguardanti l’evoluzione del mercato sociale e lavorativo (proposti fondi per 101 miliardi di Euro tra il 2021 e il 2027).

 

Coerentemente con le politiche di finanziamento alle quali abbiamo appena accennato, l’UE promuove anche una progettualità specificatamente dedicata allo sviluppo sociale. Ed anche in questo ambito, L4V ha avuto la possibilità di fare la differenza, partecipando ad un progetto finanziato dalla UE rientrante nel 7° Programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico 2007-2013.

 

Il progetto prevedeva la partecipazione di molti partner: università, centri di ricerca, società di comunicazione, ecc. Obiettivo? Incentivare l’adozione di uno stile di vita sano con un programma nutrizionale e di attività fisica personalizzato secondo una logica basata su incentivi e premi a carattere sociale.

 

Entrare nell’orbita della social innovation: lo starter kit

Gli ingredienti sono semplici: originalità, profitto ma, soprattutto, impatto sociale. Nel caso delle SIAVS, ad esempio, viene redatto annualmente il “Documento di descrizione di impatto sociale” in cui l’impresa fornisce una previsione ex-ante dell’impatto atteso. Negli anni successivi la descrizione dovrà riguardare l’impatto generato grazie ai cambiamenti e ai benefici apportati alla comunità di riferimento e sintetizzato in una griglia di indicatori per dare luce alle mete raggiunte dall’azienda.

 

Per le imprese più mature e strutturate, è sensato invece parlare della redazione di un Bilancio Sociale che possa evidenziare le scelte, la strategia e i risultati raggiunti in un’ottica di Corporate Social Responsibility e della sua evoluzione nel concetto di Gestione Sostenibile.

 

Quanto spazio ancora da percorrere?

In termini di accordi e regolamentazione internazionale e nazionale molto è stato costruito in questi ultimi decenni. Ma la parte più importante e delicata consiste nel rendere consapevoli le imprese – di qualsiasi dimensione – che promuovere, finanziare e adottare metodi e comportamenti responsabili verso l’esterno (fornitori, clienti, ambiente) e verso l’interno (dipendenti, collaboratori, qualità del lavoro offerta) non devono essere visti come accessori alla realizzazione dell’attività d’impresa ma strettamente interconnessi e indispensabili al suo prosperare… sostenibile!

 

di Veronica Vitullo

v.vitullo@l4v.it