L’Italia presenta un ecosistema start-up che viaggia a due velocità: da un lato la miriade di idee e iniziative, dall’altro la burocrazia eccessiva, una scarsa preparazione imprenditoriale ed un mercato forse ancora troppo timido. Axelle Andolina, Innovation Manager di L4V, ci aiuta a comprendere la situazione.

 

Forte della sua esperienza con diverse realtà imprenditoriali, Looking for Value (L4V) ha razionalizzato la propria offerta e fornisce oggi servizi strategici ed operativi per le PMI e le start-up.

 

Tra queste ultime, quelle che si affidano ai servizi L4V, condividono delle esigenze specifiche: prestazioni ad hoc che non si esauriscono con la fornitura del servizio, ma che anzi devono abbracciare diverse fasi, dalla nascita alla crescita, fino al cambiamento della start-up.

 

Da quando un anno fa, come Innovation Manager e responsabile della relativa business unit, cominciai a gestire i progetti L4V in ambito start-up, ho avuto modo di confrontarmi con diversi tipi di progetti: dal neo imprenditore che necessitava di un feedback sulla sua idea ‘grezza’, all’impresa pronta ad entrare nei mercati esteri dopo un round iniziale d’investimenti concluso con successo. Il portfolio di clienti L4V nel settore di cui sono responsabile si compone oggi di start-up attive nel food&beverage, nel design, nel digital e nella cultura, con una tendenza verso i progetti a forte impatto sociale.

 

Sulla base di questa esperienza, tento qui di delineare le caratteristiche del cosiddetto ecosistema start-up in Italia e d’identificare possibili scenari di sviluppo.

 

Che problemi abbiamo in Italia?

I problemi dell’ecosistema italiano sono il basso numero di investitori a confronto con gli altri paesi europei, i pochi investimenti del settore private equity e venture capital, i fondi stranieri che concludono un’operazione su due e, ancora, l’esiguo numero di exit. Ma questi sono temi ben noti.

 

M’interessa soffermarmi piuttosto su tre aspetti tangibili – legati ai costi – che in diversa maniera ritengo contribuiscano a rallentare lo sviluppo del settore e che, proprio per questo, non andrebbero sottovalutati.

 

1. L’accesso al finanziamento in fase seed e pre-seed: in Italia, per trovare i soldi, servono soldi… che paradosso! Per accedere ai fondi pubblici o regionali, infatti, è indispensabile far affidamento su un business plan strutturato e, allo stesso modo, per svolgere una campagna di reward based crowdfunding, è necessario un prototipo. E tutto questo ha ovviamente un costo.

 

L’Italia è oltretutto un paese in cui il mercato dei venture capital è molto giovane e che è tradizionalmente abituato ad investire in modo sicuro. Si tratta dunque solamente di un problema legato ai mercati e all’approccio culturale? Non direi: purtroppo in Italia solo l’1% del PIL viene investito in innovazione – ed i risultati sono quelli che vi ho appena descritto.

 

2. Le persone che compongono l’ecosistema start-up: non è possibile improvvisarsi imprenditori, questo è sicuro. Servono competenze e una solida formazione. Le business school formano, ma non restituiscono necessariamente un’adeguata credibilità; gli MBA possono aiutare a sviluppare un’idea imprenditoriale ma, anche qui, si va a finire sul tema degli alti costi dei corsi.

 

3. I partner: com’è possibile ovviare al problema dei costi? Ovviamente affidandosi ad un partner. Per fare networking e dotarsi di un pitch efficace, però, è necessaria una conoscenza approfondita del mercato oltre che una discreta capacità tecnica. L’accesso agli eventi di settore – soprattutto quelli di qualità – impone inoltre investimenti relativamente importanti.

 

E questi non sono solo problemi degli startupper: anche gli investitori hanno difficoltà a fare scouting – per il quale servono tempo, energia e denaro. Ciò si traduce in un’obiettiva difficoltà a far incontrare domanda e offerta, ovvero start-up e investitori.

 

Tutto è perduto, quindi?

Ovviamente no.

 

1. Per accedere ai fondi, sarebbe necessaria una normativa favorevole, che incentivi maggiormente gli investimenti in capitale di rischio oltre che sconti fiscali che rendano più attraenti gli investimenti in start-up e venture capital e che incentivino la spesa in ricerca e sviluppo.

 

Dal punto di vista operativo, poi, le società fornitrici di servizi strategici dovrebbero andare maggiormente incontro alle esigenze dei propri clienti: in questo senso, L4V offre già un ampio ventaglio di servizi in modalità success fee pensati proprio per permettere alle start-up di decollare.

 

2. Per risolvere il problema della formazione (e del networking) potrebbe essere utile rafforzare la collaborazione tra aziende e università in modo da creare (alla stregua di quanto sta già facendo la JCU proprio in collaborazione con L4V) dei mini MBA a prezzi più abbordabili, diversificati per tipologia di utente. Da non sottovalutare l’aspetto culturale: sin dall’università sarebbe importante far emergere la naturale spinta imprenditoriale degli studenti, valorizzando anche gli aspetti negativi (come ad esempio la valorizzazione del fallimento imprenditoriale come esperienza utile in funzione delle scelte future).

 

3. Per favorire l’incontro tra domanda e offerta sono necessarie partnership e alleanze utili per trasformare l’ecosistema in una catena di valore in cui sono gli attori stessi a facilitare questo tipo di processo.

 

Un’ulteriore iniezione di fiducia è il fatto che, da alcuni mesi, il nostro paese è testimone di un grande cambiamento e che fa già intravedere segnali di ripresa. Nel 2018 gli investimenti hanno superato quelli del 2017: 720 milioni sono gli euro già investiti in 43 operazioni solo nel primo semestre del 2018 – 9 dei quali solo con il crowdfunding con gli investitori informali che hanno superato quelli formali (Venture Capital).

 

Proprio il crowdfunding può fungere da leva strategica. Negli ultimi tempi il numero delle piattaforme attive in Italia è esploso: ad oggi sono circa un centinaio. L’Italia è inoltre il primo paese europeo ad aver regolarizzato l’equity crowdfunding nel 2012. Anche L4V si è adeguata a questa nuova tendenza ed mettendo oggi a disposizione dei suoi clienti le partnership con Ulule e MamaCrowd.

 

Il crowdfunding si prospetta dunque come un’importante leva strategica, che sarebbe importante s’integrasse con altre fonti di finanziamento; ribadisco: l’efficienza dell’ecosistema non può prescindere dall’alleanza tra diversi attori – privati e istituzionali. Ed in conclusione, anche se il mondo delle start-up e quello degli investitori fanno un po’ di fatica a comunicare, l’ecosistema può comunque far affidamento su una miriade di attori, come ad esempio le società di consulenza come L4V, che possiedono expertise specifiche e che possono dunque fungere da minimo comun denominatore – una sorta di Giano bifronte – tra queste due realtà.

 

di Axelle Andolina

a.andolina@l4v.it